La metafora del treno

In questi giorni mi avete scritto in tantissimi per chiedermi come sto.

Sto bene. La fase di delusione è passata, e come sempre riparto più forte.

Mentre parlavo con un amico ieri, e raccontavo tutta la vicenda della mancata pubblicazione, mi è venuta in mente la metafora del treno.

E più ne parlavo, più l’avevo chiara in mente…

Sono ferma alla stazione del treno, quella di Prozzolo. La stazione di un piccolo paese di campagna, che è stata in tempi passati e gloriosi, la casa del Capo Stazione. Ora, in stato di (quasi) abbandono, una stanza è stata eletta a sala d’aspetto, il soffitto ancora affrescato con tinte pastello scolorite. Sui muri, graffiti e “Ciccio” che chiede alla sua “Giada92” di non lasciarlo.

Lascialo, valà, cara Giada92.

Seduta sulla panca color ciliegio, attendo l’arrivo del treno. Sono sola. Non c’è un’anima. Vestita di tutto punto, con un abitino leggero color bronzo, tempestato di pois bianchi, guardo l’orologio. Ancora cinque minuti. Sulle spalle ho appoggiato un cardigan di cashmere verde (speranza?). Le mie valigie sono d’altri tempi. In pelle, con dei ricami eleganti. Sembrano quasi dei bauli di media misura. Una sta alla mia destra, l’altra alla mia sinistra.

Dalla borsetta a tracolla bianca, prendo un fazzolettino di pezza con le mie iniziali. Maledette allergie.

Prendo le valigie, una per mano, ed esco sulla piattaforma. È una bella giorata di sole. Il polline fa gran festa nell’aria, trasportato dal vento.

È tutto perfetto. Io sono pronta. Ho l’outfit giusto. Dentro alle valigie, tutto quello che serve per il mio viaggio. Sono in orario.

“Sta per arrivare il treno per…” annuncia una vocina distante. Intanto, le sbarre all’incrocio di Via Gramsci si stanno chiudendo.

Il treno approccia la stazione. E non è uno dei treni moderni. È la vaccamora, la versione vintage.

Vedo il macchinista dentro, mi sorride.

Prendo le valigie, per prepararmi a salire. Il biglietto è obliterato. Non manca nulla. Sono pronta.

Solo che il treno non si ferma.

Lo vedo passare davanti a me e non posso fare nulla per fermarlo. Nonostante le mie mani siano alzate e dalla mia voce esca “fermi, fermi”.

Dicono che il treno passa una sola volta nella vita. Non lo so. Per me è passato molte volte. Sono sempre salita su, magari roccambolescamente.

Questa volta no.

Lo vedo allontanarsi sempre di più.

E hai voglia a sbracciarsi. A urlare a squarcia gola.

È passato.

Dicono anche che nella vita conta come ci si rialza, e non quante volte si cade.

Io sto diventando specialista nel rialzarsi. Anche nel cadere, devo dire!

Nel sogno, torno a sedermi nella sala d’aspetto. E aspetto. Mi sembra appropriato, del resto.

Aspetto che accada qualcosa. Sapendo che non accadrà nulla, nell’immediato. Dovrò avere la pazienza, e la forza, di ricostruirmi nuovamente.

Come capita a tanti di noi.

E allora forza Annalisa. Non è successo niente. Avanti!

Prendo in mano le mie valigie, e con lo stesso outfit impeccabile e la stesa voglia e determinazione, continuo a camminare… e chissà dove arriverò questa volta…

 

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