ALVISE, l’ imprenditore veneto della calzatura

Mai innamorarsi di un uomo (molto) più grande di me. Mi ero sempre detta.

Fino a che ho conosciuto lui. Alvise. Uomo di mezza età, senza mezze misure. Bianco o nero. Lo conosco ad un gala organizzato da Italian Chamber of Commerce. Io indosso un vestito lungo, rosso fuoco, che mi scopre tutta la schiena. Lui, un tuxido dal taglio impeccabile. Seduto alla mia destra, al grande tavolo rotondo al centro della sala, mi catturano subito i suoi occhi color nocciola. Iniziamo a parlare e gli racconto di come sono arrivata a New York e, soprattutto, di come ci sono rimasta. 

Lui è approdato in città grazie alla sua compagnia, che l’ha trasferito qui, ormai più di dieci anni fa. Anche lui, a differenza degli altri ospiti al nostro tavolo, non è accompagnato. Così facciamo involontariamente comunella. Veneto come me, mi racconta di una villa grande che apparteneva alla sua famiglia, senza mai svelare di che famiglia si tratti. È un uomo molto colto, eppure semplice. Ogni tanto esce il veneto che è in lui, con qualche battuta tagliente e si ride di gusto.

Si aprono le danze e mi invita a ballare. Del resto, tutti gli altri al tavolo si sono già alzati da tempo.

Ha un profumo buonissimo. Lo noto immediatamente, sa di iris.

Finisce la serata, il Sig.r Alvise mi accompagna a prendere un taxi e finisce li. Con la sottoscritta convinta che sia sposato e che non lo rivedrò mai più. Io e la mia brutta abitudine di non guardare mai se portano una fede al dito, questi uomini. O di chiedere, giusto per essere sicura. Anche se non si è più sicuri di nulla ormai. Siamo in tempi di relazioni aperte o permissive. Per scelta dei protagonisti o per imposizione.

E invece il giorno dopo mi arriva un messaggino, su linkedin. Molto professionale il tipo, penso io. Del resto abbiamo parlato a lungo dei rispettivi lavori. Lui imprenditore del settore calzaturiero, io branding expert e scrittrice. 

Mi chiede se posso passare in ufficio da lui, così gli spiego meglio cosa faccio.

Il giorno dopo, vestita con un leggerissimo abito color panna ed una giacca di lino grigio perla, arrivo al 50mo piano del grattacielo che ospita la sua compagnia. Tutto bianco l’ambiente intorno a me. Marmo di calacatta, che so ormai riconoscere grazie ai miei trascorsi in real estate, piante grasse di varie forme e grandezze, foto e grandi poster pubblicitari vintage alle pareti. Per terra, palladiana mista a cemento grezzo. Entro e mi accomodo. La receptionist mi chiede di aspettare un momento. Poco dopo arriva una ragazza giovane e molto bella, credo sia l’assistente.

“Prego”, mi dice, in un italiano dal forte accento americano.

Entro nel suo ufficio e mi viene subito incontro per una stretta di mano vigorosa. E poi due baci sulle guance. Di nuovo quel profumo di iris.

Mi siedo. Mi chiede come sto. “Bene”. Io passo subito al dunque, sono in modalità lavoro “come posso aiutarti?”. Lui mi guarda e sorride.

“In realtà, volevo invitarti a cena. Ma non avevo il tuo numero”. 

Rido di gusto, buttando la testa all’indietro, come so fare io. 

“Me lo potevi chiedere via LinkedIn”. Il bisturi è uscito della custodia. E taglia molto preciso. 

“Certo. Ma non ti avrei rivista”. “Quindi?”

“Quindi!”, dico io. “Cosa mi proponi?”

“Lui si tira indietro, appoggiandosi allo schienale della sua splendida sedia, un pezzo di design d’altri tempi, incrocia le braccia e dice: “ah, ho capito, farai la difficile”.

“Beh, certo, se fosse facile, sarebbe poco divertente, no?”

“Va bene Sig.rina Menin. Mi dia il suo numero. Organizzo tutto io. Lei deve solo farsi trovare al posto che le dico io, all’orario che le dico io, vestita come le dico io”.

Mi piace.
Finalmente un uomo che prende l’iniziativa e mi sorprende.
“Va bene rispondo io. Obbedisco”.

Ci salutiamo con un abbraccio dopo un breve tour dell’ufficio.

Passano due giorni e non chiama. 

Un altro che non mantiene le promesse!

Sono tentata di scrivergli io. Ma non ho il suo numero. Non l’ho voluto a posta, per non avere tentazioni.

Il terzo giorno, risuscita, secondo le scritture.

“Salve Sig.rina Menin. Si faccia trovare venerdì sera alle ore 19.00 davanti a Met Opera. Ho due biglietti per l’Aida e mi piacerebbe che mi accompagnasse. Si vesta in abito da sera. Prenderemo insieme un drink sulla terrazza del secondo piano. E dopo l’Opera, la porto a mangiare qualcosa di buono.

“Colpita. E affondata”.

Panico da scelta vestito. Ne ho uno che ho messo solo una volta, color oro. Beh, gioco tutte le mie carte. 

Mi rendo conto di non aver ancora verificato il suo stato civile. 

Così gli rispondo: “Ricevuto. Non sei impegnato, giusto?”.

“No, divorziato da parecchi anni, con due figli grandi che vivono con la mamma in Italia.”

Per fortuna, penso io. Dopo Tommaso, meglio verificare sempre.

Con Uber arrivo fino alla scalinata di Met Opera. Scendo. Devo dire che faccio la mia figura. Attraverso il piazzale che mi porta all’entrata. Non lo vedo. Mi guardo intorno. E da lontano un signore elegantissimo, vestito con un raffinato completo color blu carta da zucchero, mi fa segno di avvicinarmi. È appoggiato alla fontana che sta al centro del piazzale antistante Met Opera.

“Scusa non ti avevo visto. Perchè non mi hai fermata prima?”.

“Perchè volevo guardarti in tutto il tuo splendore, con la tua camminata elegantissima”

No vabbè. Ma da dove è uscito questo qui?

Troppo bello per essere vero.

Mi aspetto che da un momento all’altro mi dica che ha fatto qualcosa di bruttissimo. Non mi capacito di aver conosciuto un uomo così.

Mi deluderà a breve.

Ma per adesso, non ci penso. Mi godo la serata. Con questo vestito splendido, al braccio di un uomo che sembra d’altri tempi ma che, sotto sotto, è forse più moderno e giovane di me. Saliamo al secondo piano e arriviamo alla terrazza. La vista sul piazzare è sempre splendida. Prendiamo un bicchiere di champagne e parliamo un po’ di Verdi. Io adoro l’opera, pur non essendo una grande conoscitrice. Mi emoziona e mi comunica sempre tanto. Spesso mi sconvolge dentro.

Sta per iniziare lo spettacolo. 

“Andiamo”, mi dice lui.

Lo seguo…

 

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