MAX, the “President” from Milan

Milanese DOC, anzi per finta. Il buon Max dice di essere di Milano, ma è di Varese. Ha i capelli brizzolati a forza del lavoro. Sarebbe biondo dorato, se solo avesse dei sogni meno grandi. E invece, vuol diventare “Presidente”. E così lavora. Sempre. Occhi verdi e curiosi, un bel sorriso, sempre perfettamente sbarbato. Mai visto con un pelo sul viso. Forse non crescono proprio…

Vive in aereo. È costantemente in viaggio, per lavoro o per divertimento, tra Russia, Colombia e USA. Dorme 4 ore per notte, il resto del tempo lo passa lavorando o nei club e ristoranti più esclusivi del mondo. Le borse sotto gli occhi a conferma dei suoi ritmi.

Mi conosce da prima, durante e dopo Marco. Per questo sono così affezionata a lui. Perché mi ha vista nei miei momenti migliori. E nei peggiori. E non se n’è mai andato.

Non credo che mi risposerò mai, ma se lo dovessi fare, sarebbe solo con Max. Perché “he gets me”. Perché ha una profondità emotiva enorme. Mi fa ridere. Mi fa sentire bene. Sono sempre me stessa con lui. Del resto, mi conosce così bene, che non potrei mai mentirgli. Eppure…

Eppure per lui la carriera è tutto. Non c’é spazio per l’Amore nella sua vita, in questo momento. Non c’azzecco insomma. Non rappresento nulla di quello che potrebbe volere.

Lo invito una sera a cena e gli faccio l’imboscata. Cenetta a due con tanto di candela e fiori, e menu scritto a mano. Io, una t-shirt e dei jeans strappati per tenere un low-profile, sdrammatizzo, come se facessi così con tutti.  Procedura standard. Non lo voglio mettere in crisi con il mio piano, del resto. Anche se so che lui ha già capito tutto, non appena varca la porta di casa. Conoscendolo, gli sarà venuta un’ansia incredibile.

Da gran Signore qual é, mantiene il suo bel modo di fare, senza tradire nessuna emozione. Con un filo di gas. Per tutta la serata.

Io non trovo il coraggio di dirgli nulla, a voce. Anche perché sono molto più brava a scrivere. E cosi la cena finisce e noi abbiamo parlato praticamente solo di lavoro, la candelina ancora accesa. Mi da anche una mano a sistemare tutto, prima di rimettersi le scarpe e prendere il cappotto.

Indecisa fino all’ultimo, prendo coraggio mentre è già sul pianerottolo, in attesa dell’ascensore. Infilo una busta bianca con su scritto semplicemente “a Max” nella tasca destra, dove tiene il portafoglio e la metrocard. Gli chiedo di aprirla e leggerla una volta arrivato a casa.

In quella lettera, gli apro il mio cuore. Come si apre un libro speciale che si consulta in una libreria di qualche paese lontano. Un po’ impolverato e preziosissimo. Con delicatezza ed onestà. All in.

Lui la legge la sera stessa. Ma risponde il giorno dopo. Ci ha pensato.

E la sua risposta è stata che…

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