MARTY & THE CITY – Un altro mondo

Racconto spontaneo delle mie prime sensazioni all’arrivo nella Grande
Mela e delle ragioni che mi hanno portato a vivere in questo “nuovo
pianeta” per i prossimi sei mesi.

Sveglia alle ore 7:30 del mattino. Stanca, dopo aver trascorso quasi tutta la notte in bianco rimuginando tra mille pensieri, mi alzo dal letto e realizzo che purtroppo era arrivato il momento dei saluti.
Mancava poco alla partenza: a breve, infatti, mi sarebbe venuto a prendere il fidanzato per accompagnarmi all’aeroporto di Roma. Un volo delle 18.00 mi avrebbe portato a Newark e all’arrivo mi avrebbe aspettato uno stage nel settore finanza e contabilità alla Valentino, una delle case di moda italiane più famose al mondo, con un dipartimento situato nel cuore di Manhattan.
Ero eccitata all’idea di vivere nella Grande Mela in un settore che da sempre mi ha affascinato: quello della moda. Fu proprio questo infatti a spingermi di fare domanda di stage presso l’azienda,
All’inizio ero molto indecisa per paura, mi facevo mille domande!

e se non sono all’altezza della situazione? Se non sono capace? Ce la farò a vivere da sola in una città così grande?”.

Purtroppo è impossibile averne la certezza e per trovare una risposta a volte è necessario buttarsi.

Dopo molti ripensamenti, dopo molti incoraggiamenti da parte della famiglia, dagli amici e dalla gente che mi vuole bene, alla fine ho deciso di buttarmi una volta per tutte e vedere che cosa sarei riuscita a combinare con le mie sole forze.
Consapevole che mi avrebbe atteso un’esperienza unica e irripetibile, decisi di andare avanti con il processo di selezione alla Valentino e quando scoprii di esser stata scelta come stagista, ricordo di non essermi mai sentita più orgogliosa di me stessa.
Era già di per sé un bellissimo traguardo! Entusiasta del risultato, cominciai a sbrigare, con l’aiuto di Annalisa, le pratiche burocratiche per il visto e a preparami alla partenza.
Ciononostante, di tanto in tanto, un senso di insicurezza mi assaliva. Un
sensazione che mi portava ad essere molto triste al solo pensiero di lasciare tutto e tutti per sei mesi. Tuttavia, provai ad accantonare quei brutti pensieri e a focalizzarmi sui tanti lati positivi dell’esperienza.
Quel giorno, con un po’ di amaro in bocca, salutai prima mio babbo e mio fratello, poi mia mamma. Il momento peggiore però doveva ancora arrivare: quando salutai, con il cuore diviso a metà dal dolore, il mio ragazzo. Dopo l’ultimo forte abbraccio davanti ai controlli di sicurezza, mi sono diretta convinta verso la porta dei gate con il bagaglio a mano, pronta per l’avventura.
Il volo non fu proprio dei migliori; non essendo un amante dell’aereo, tentai più volte di svagarmi e tranquillizzarmi. Provai a dormire, invano. Così, per far passare il tempo, attaccai bottone con il mio vicino di posto, che scoprii essere residente a New York. Mi diede qualche dritta e riacquistai un po’ di serenità.

Dopo nove lunghissime ore, finalmente atterrata all’aeroporto di Newark, dovetti fare altre due ore e mezza di fila alla dogana e infine recuperai il bagaglio. Fuori dall’aeroporto si percepiva il clima da metropoli: migliaia e migliaia di persone mi circondavano.
Vista l’ora tarda, chiamai un taxi per farmi portare all’alloggio. Dal finestrino si potevano scorgere milioni di luci che illuminavano New York. La città non era proprio come me l’ero immaginata. Era gigante, imponente, enorme. Mi sentivo troppo piccola di fronte a un colosso del genere, quasi come un pesce fuor d’acqua. Fui assalita da un fortissimo senso di tristezza e malinconia. Questa volta, molto molte forte.

Arrivata al dormitorio, situato a Midtown, vicino al mio luogo di lavoro, chiamai subito mia mamma cercando il suo conforto. Sapevo che era normale sentirsi in quel modo, soprattutto perché ero arrivata da pochissimo e dovevo ancora abituarmi, ma era necessario smettere di fare la melodrammatica e convincersi di dover prendere solo il meglio da questa esperienza,
Esausta e con le valigie ancora impacchettate, mi addormentai.
Improvvisamente dopo qualche minuto mi risvegliai. Avevo capito se non altro perché New York è detta “la città che non dorme mai”: nella Grande Mela la notte è come il giorno. Abituata al silenzio del paesino di campagna da cui provengo, tutto quel traffico mi impediva di prendere sonno. Mi sentivo profondamente ferita. La città che avrebbe dovuto accogliermi con un caloroso abbraccio, mi stava inghiottendo nella sua immensità.

Ahimè, quella notte non riuscii a chiudere occhio a causa di tutto quel rumore che si sentiva dalla mia cameretta. Alle 5, dopo inutili tentativi, decisi di svegliarmi. Forse disfare la valigia mi avrebbe distratto un po’, e attorno alle 7 andai a fare una passeggiata per New York, cercando di abituarmi al suo ritmo frenetico.
Non avevo mai visto niente di simile… sembrava di essere in un altro pianeta.

Eppure, in quel preciso istante capii che forse, con la giusta grinta, avrei potuto domare quel mondo a me così estraneo.

 

Ny
Prima foto a Times Square. Venerdì 25 Maggio 2018.

 

 

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