Le cicatrici dell’anima

Quando ho avuto il mio incidente stradale avevo solo 18 anni. Mi svegliai all’improvviso nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Dolo con segni su tutto il corpo. Ma ero viva. Convinta di essere a casa a lavorare al computer, muovevo vorticosamente l’aggeggino che misura i battiti del cuore. Era il mio mouse immaginario. E poi vedevo tutti i medici raggrupparsi al bancone per il giro del mattino ed ero convinta che facessero dai gran party senza invitarmi. Ed io ci rimanevo malissimo! Mia mamma veniva a trovarmi ed io le dicevo che erano cattivi con me, perchè non mi invitavano mai. Cosí lei andava preoccupatissima a chiedere ai medici se era normale questo mio sproloquiare. Se sarei tornata “come prima”. Forse “come prima” non sono mai tornata. Non sarei potuto esserlo dopo un evento del genere, che ha cosí segnato la mia vita.

Tutti mi dicevano che con il tempo avrei dimenticato tutto. L’incidente sarebbe stato solo una delle tante cose successe nella mia vita. Ed è stato proprio cosí. Nel tempo sono passati i brutti pensieri. Sono rimasti solo i ricordi più divertenti ed un grande senso di malinconia misto a gratitudine.

Questo fino a lunedí, quando in ospedale ci sono dovuta tornare di nuovo, per una cosa piccola piccola, ma da fare. Ma non ero pronta a rivivere certe emozioni, a rifare certi pensieri. Non lo ero per niente.

Perchè sapete, i segni più profondi non sono mai quelli sulla pelle, quelli visibili. Sono sempre quelli che rimangono dentro.

Quando andavo al mare per la riabilitazione, con mamma e papà partivamo ogni mattina alle 6.30, destinazione Sottomarina. Arrivavo con le mie stampelle (provate voi ad avanzare sulla sabbia con le stampelle!!!) e poi mollavo tutto vicino alla sedia, sotto l’ombrellone. E con l’aiuto di mamma e papà arrivavo fino al mare, dove piano piano mi immergevo per fare gli esercizi.

Sapete che cosa mi ricordo di quei giorni? Gli sguardi e le domande delle persone.
“Poverina, ma cosa le è successo”?
“È proprio tagliata dappertutto!”.
Perchè le cose te le dicono cosí. In faccia. Ma parlando in terza persona.

Eh si. D-a-p-p-e-r-t-u-t-t-o.

Non sono più andata al mare per anni dopo quel periodo. Fino a che ho conosciuto Marco. Ho anche pensato per molto tempo che nessuno mi avrebbe voluto. Con tutte quelle cicatrici. Anche questo pensiero: archiviato! Dopo Marco.

Ora se n’è aggiunta un’altra di cicatrice. Ed è stato un tuffo nel passato. Doloroso e inaspettato.

Perchè la mia reazione è stata: “e chi mi vuole più adesso?”

E cosí mi sono molto rattristata. Poi mi sono detta che non sono questi i problemi della vita. Che ho affrontato di peggio. E che devo reagire.

Mi sono data 24 ore. Poi ho preso lo smalto rosso, mi sono fatta una bella treccia e mi sono messa la mia t-shirt di “Il Mio Ultimo Anno a New York”. Ed ho iniziato a scrivere.

Perchè è importante anche parlare di queste cose. Non è mai tutto bello e perfetto. Ci sono anche questi momenti di merda in cui si vorrebbe essere in tutt’altro posto, per tutt’altri motivi.

E poi si riparte.

Di nuovo.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. “….se non nascondi quello che fa male, la vita ti sorprenderà.” Andrea Bajani – Un bene al mondo –

    Piace a 1 persona

  2. CondividETimperA ha detto:

    Brava! Perché con il tuo racconto sei riuscita a farmi provare quello che tu hai sentito di bello e di brutto sulla tua pelle. E poi… quanto stanno sulle pa..e le persone che parlano di te in terza persona quando tu sei lì presente!

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