8/13 WALL STREET

FLAG ITA  Per cinque lunghi anni ho preso la metro verde, linee 4 e 5 e sono scesa tutti i giorni a Wall Street. Ho camminato, Trinity Church alle mie spalle, fino all’80 di Wall Street. La borsa sulla destra, Federal Hall (dove questa foto è stata scattata) a sinistra. In equilibrio sui tacchi, attenta a non impiantarmi in uno degli spazi tra un sampietrino e l’altro. Con due borse, una per il laptop, l’atra per le sneakers da indossare in metro. L’insalata per il pranzo preparata prima di uscire dentro ad un contenitore di plastica. Da vera New Yorker.

Wall Street è un mondo molto maschile, nonostante negli anni le cose siano migliorate. E per una come me, creativa ed emotivamente evoluta, non è stato semplice adattarsi. Eppure ho trovato piano piano il mio piccolo spazio in una start-up creata da un illuminato imprenditore inglese, dove si scrivevano formule e codici di programmazione con pennarelli coloratissimi sulle pareti di vetro lungo il perimetro esterno dell’ufficio. Dove una “relax room” accoglieva i dipendenti con uno splendido divano color bianco ghiaccio ed un frigorifero pieno di prelibatezze era sempre perfettamente stoccato. Con una nursery creata non appena una delle dipendenti ha comunicato di essere in stato interessante.

Il periodo Wall Street corrisponde con i miei primi anni a New York. Di quel periodo ho un ricordo molto bello. Ero giovanissima, appena arrivata negli States. Quando ancora non mettevo il rossetto rosso. Quando ancora non avevo trovato la mia piena identità. Quella è arrivata dopo. E’ arrivata in parallelo ai  sacrifici e dopo gli eventi che mi hanno spinta ad iniziare a scrivere il blog. A riprova del fatto che niente accade per caso e che tutte le esperienze che facciamo nella nostra vita ci conducono nella direzione giusta, che spesso non è quella che ci si aspettava.

In inglese c’è una frase che esprime questo concetto benissimo:” Life has a strange way of working itself out!”, come a dire: la vita, curiosamente,  si risolve da sola. E allora ci si deve anche un po’ affidare. alla vita. Io lo chiamo “fato pianificato“, un ossimoro, lo so. E mi piace proprio per questo.

Annalisa_Settembre_DSC1595

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