Oggi mi tolgo un sassolino

FLAG ITA  Una passeggiata, improvvisamente un sassolino, non levigato, appuntito anzi, si è furbamente posizionato proprio all’altezza del calcagno, vi da proprio un gran fastidio. Ci provate, per un po’, a sopportarlo, fino a che è inevitabile fermarsi e toglierlo.
Ecco, io oggi mi tolgo un sassolino. Cercherò di essere elegante, nel farlo.
Partiamo dai miei cari numeri, che non mentono (quasi) mai: stando al Rapporto ISTAT 2016, i nostri giovani sono poco occupati e poco coinvolti. Sei su dieci vivono con i genitori, il 42% sogna un futuro all’estero. La povertà tra i giovani è inoltre triplicata nel corso degli ultimi 10 anni. Cosa si sta facendo per migliorare le cose? A me sembra NULLA. Ma io vivo l’Italia di riflesso. Il mio Paese mi viene costantemente raccontato. Dalle persone che incontro. Dai giornali che leggo. Dai, pochi, programmi di approfondimento che ancora guardo (ebbene si!). Forse mi sbaglio? Ditemelo voi. Apriamo un dibattito.
In questi mesi, grazie al mio blog, ho conosciuto un sacco di compatrioti in vacanza a New York. Sapete, spesso mi scrivono per un incontro privato e, se posso, cerco di vederli per fare due ciacole o magari prendere un caffè insieme. Proprio oggi ho conosciuto una splendida coppia in vacanza durante pausa pranzo ed ho firmato una copia del mio libro che hanno ordinato su Amazon prima di partire. Mi hanno raccontato la loro storia, che ho ascoltato con grande interesse. Di me si sa già troppo e poi a me piace molto ascoltare più che parlare.
Andiamo al sodo, come piace a me: io sono dell’idea che nessuno debba lavorare gratis. Attenzione, non sto dicendo che non vada bene all’inizio di una carriera, dove le conoscenze e competenze sono poche. In questo caso fare un apprendistato, anche gratuito, mi sembra ragionevole. Purché non duri all’infinito.
Perché lo scrivo? Perché ho l’impressione che oramai sia diventata talmente una norma lavorare a gratis, come direbbe la mia mamma,  o comunque con compensi ridicoli, che si è persa ogni speranza. Il problema è ovviamente molto complesso ed io capisco molto bene anche il punto di vista di chi deve pagarli gli stipendi, e si trova spesso ad  aver a che fare con burocrazia, termini di pagamento che tendono all’infinito e tasse sempre più alte. Cosi non si può lavorare. Cosi non si può neanche vivere, però.
Così quando ieri ho ricevuto un bellissimo email di ringraziamento da una delle ragazze che ha fatto parte del team “Il Mio Ultimo Anno a New York” mi sono resa conto di quanto forte sia il senso di smarrimento tra i nostri giovani. Ragazzi e ragazze che non riescono ad ingranare la marcia, perché spesso non hanno le giuste opportunità, perché in loro non si crede. Non trovano spazio. E se anche lo trovano, e in un angoletto e mal pagato. Sono talmente convinti che vada bene lavorare gratuitamente, che lo danno per scontato.
Ecco le sue, che riporto fedelmente e con il suo consenso: “in un momento in cui si fa sempre più vivo il disagio di non poter sopravvivere con il mestiere che ho scelto di fare, lo voglio prendere (n.d.r. il compenso) come un segno di un nuovo inizio, come simbolo dell’universo che mi dice di non mollare, di essere perseverante e che presto ci sarà una svolta dal punto di vista lavorativo“.
Pensare che il mio piccolo contribuito serva in qualche modo a dare una mano a questa talentuosa giovane donna, mi riempie di gioia. E ora vi spiego anche perché: perché a suo tempo qualcuno ha fatto lo stesso per me. Trattasi di paying it forward. E sapete quanto io ci creda.
Sara, ora tocca a te. Quando i tempi saranno maturi, pay it forward!
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